Fermiamo il circo mediatico-finanziario
Il mercato finanziario internazionale è pervaso da una sindrome da otto volante, in relazione a quel che può accadere all’euro. Ci sono giorni dominati da un cupo pessimismo, nei quali aumenta la distanza tra gli interessi sui titoli di debito degli stati a rischio e quelli dei titoli considerati meno rischiosi, scendono i titoli in Borsa delle banche perché si pensa che i loro parametri patrimoniali siano insufficienti a coprire le perdite di valore dei titoli pubblici che esse possiedono. Leggi Barroso promuove gli eurobond: "La Grecia resterà nell'Ue" - Leggi La crisi dell’eurodebito infuria pure tra Germania e Stati Uniti - Leggi Il circo mediatico-finanziario di Stefano Cingolani
6 AGO 20

Non solo: la tempesta investe soprattutto la Grecia, da cui come in un semaforo compare e scompare il segnale rosso di default, ma anche la Francia per le sue grandi banche che detengono pacchi di titoli di stati a rischio e la Spagna per via delle sue Cajas, oberate di insoluti. Ma il caos internazionale in casa altrui non è una scusa per il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per redigere dichiarazioni troppo tranquillizzanti, né per Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, per sciorinare da giorni annunci di un manifesto dimostrativo. Anche l’Italia, infatti, rimane a rischio; non per chissà quale strana malattia, ma per il fatto – lo diciamo da tempo – che il nostro tasso di crescita è insufficiente per fare fronte a debiti strutturali che ci portiamo dietro da decenni. Le ricette dei moralizzatori, in economia come in politica, non funzionano, e quindi diffidiamo di inutili proclami punitivi. Piuttosto va ribadito che il decreto sviluppo in gestazione, con le misure per alleggerire il fardello burocratico e far ripartire le infrastrutture, non basta ancora per alimentare lo sviluppo mantenendo i conti pubblici sotto controllo.
Meglio sarebbe creare un fronte riformatore su alcuni precisi dossier, come quello delle pensioni. Il governo ci potrà e dovrà lavorare. La Confindustria, per rendere utilizzabile l’annunciato manifesto, potrebbe sottoporre all’attenzione dei singoli partiti in Parlamento – opposizione inclusa – le sue proposte, in modo da non sostituirsi al legislatore ma contribuendo a far emergere, agli occhi dell’opinione pubblica, un fronte riformatore e uno più chiaramente retrogrado. Altrimenti la polemica degli industriali organizzati finirà solo per rafforzare il circo mediatico-finanziario.
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